accessibility - immagine di un tasto del computer con la scritta accessibility

Accessibilità: da nice to have, a must have

Per “accessibilità web” si intende la capacità dei sistemi informatici di erogare servizi e fornire informazioni fruibili da chiunque, senza discriminazioni, anche da persone che, a causa di disabilità, necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari.

È così che l’AgID – l’Agenzia per l’Italia Digitale – definisce un argomento essenziale per chi opera nel settore digitale. Il ruolo dell’AgID è quello di svolgere funzioni e compiti che le sono stati attribuiti dalla legge con il fine di perseguire il massimo livello di innovazione tecnologica, non soltanto nell’organizzazione e nello sviluppo della pubblica amministrazione, ma anche nei confronti dei cittadini e delle imprese. Tali compiti vengono portati avanti nel pieno rispetto dei principi di legalità, imparzialità e trasparenza, secondo criteri di efficienza, economicità ed efficacia.

L’Agid fornisce delle linee guida che le aziende devono necessariamente seguire affinchè i siti web e applicazioni risultino accessibili a chiunque. Tali linee guida vengono aggiornate periodicamente secondo le direttive del W3C, l’ente internazionale che si occupa di definire e fornire l’insieme delle cosiddette WCAG e a cui l’Agid fa riferimento.

L'importanza dell'accessibilità digitale oggi

Complice anche la continua evoluzione della tecnologia e l’utilizzo dei servizi digitali nel quotidiano, il tema dell’accessibilità sta gradualmente raggiungendo una grande rilevanza mediatica e ottenendo ottimi risultati in termini legali: i controlli da parte dell’AgID sono sempre più frequenti e di conseguenza, è in aumento anche il numero di segnalazioni nei confronti di aziende che non rispettano i termini definiti dalle linee guida. 

Questi passi in avanti, si traducono in stimoli che incoraggiano le aziende ad attivarsi per essere sempre più compliant con la normativa e nel contempo, stimolano lo sviluppo di numerosi strumenti utili a rendere accessibili siti web e applicazioni che prima non lo erano.

Se da un lato è vero che ogni passo verso l’accessibilità è prezioso, dall’altro sarebbe auspicabile che siti web, applicazioni o documenti fruibili digitalmente risultassero accessibili già in fase preliminare di progettazione: le correzioni a posteriori non possono essere la soluzione definitiva.

L’obiettivo è inserire l’accessibilità negli standard progettuali.

Guardando la tematica da un prospettiva più ampia, se ne comprende facilmente il motivo: l’accessibilità non è da intendersi come una serie di accorgimenti rivolti solo alle persone con disabilità permanenti, ma anche a tutti gli utenti che vivono difficoltà temporanee.

Essere accessibili significa offrire una strada alternativa a chi ne ha bisogno. È l’opportunità di costruire digital experience in grado di fare davvero la differenza. 

illustrazione con segni e simboli che rappresentano l'esperienza digitale accessibile

Limitazioni e disabilità: creare luoghi digitali accessibili per chiunque

Quando si progettano canali e strumenti accessibili, bisogna partire dall’individuare i bisogni e le esigenze di chi fruirà di tali contenuti. Questo implica anche il conoscere le differenti tipologie di limitazioni e disabilità, che in termini progettuali, rappresentano il punto di partenza per interventi di accessibilità mirati ed inclusivi. 

Una prima macro-suddivisione è quella tra disabilità permanenti e temporanee.

Nello spettro delle disabilità permanenti rientrano tutte le limitazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine, che secondo l’Istat coinvolgono più di 3 milioni di persone soltanto in Italia, ovvero il 5,2% della popolazione.

Osservando più da vicino i dati Istat relativi alla percentuale di alunni campione affetti da disabilità nelle scuole primaria e secondaria di primo grado, si può notare come dal 1990 al 2021 tale numero sia più che raddoppiato. Di questi, il 4,3% è affetto da cecità o ipovisione e il 4,2% da sordità o ipoacusia, che di fronte a strumenti digitali non accessibili possono risultare molto limitanti. 

A questi dati si aggiunge quello che riguarda l’invecchiamento della popolazione mondiale che, sommato ad un utilizzo massivo dei dispositivi elettronici, contribuisce ad accrescere la quantità di problematiche visive.

Nelle disabilità temporanee rientrano invece tutte quelle limitazioni momentanee delle capacità motorie, visive, uditive, cognitive, ma anche tutte quelle difficoltà dovute al contesto. Ad esempio, se si hanno delle difficoltà momentanee legate alla vista che limitano l’interazione con alcuni elementi dell’interfaccia, si dovrebbe essere supportati dallo zoom di accessibilità. Oppure, se si ha una disabilità fisica temporanea come una mano ingessata, una perdita delle capacità visive o uditive a seguito di un intervento, si dovrebbe poter accedere a tutti i servizi tramite i dispositivi digitali senza alcun tipo di disagio.

Quando si parla di accessibilità si dovrebbero considerare anche una serie di difficoltà dettate dal contesto. In questi casi si fa riferimento a situazioni che vanno oltre il perimetro delle disabilità fisiche. Un esempio potrebbe essere quello di una madre con in braccio il figlio, oppure quella di un viaggiatore che porta con sé la valigia: entrambi dovrebbero poter utilizzare i propri dispositivi digitali senza impedimenti di alcun tipo.

donna con in braccio un neonato cerca di utilizzare il proprio smartphone

Un altro esempio di limitazione dovuta al contesto può verificarsi in caso di pioggia che inevitabilmente impedisce di usare a dovere i comandi touchscreen a causa dell’acqua presente sullo schermo o sulle dita. In questi casi, l’utente dovrebbe poter effettuare una chiamata di emergenza in modo alternativo (comando vocale o tasto fisico laterale), senza dover necessariamente ricorrere al touchscreen.  

Oppure, ancora, una persona che si trova in un momento di agitazione potrebbe aver bisogno di un’applicazione che lo aiuti a interagire con il proprio dispositivo in maniera semplice e immediata. Una soluzione, che alcuni sistemi operativi stanno già implementando potrebbe essere la disposizione dei tasti di interazione nella parte bassa dell’interfaccia, così da renderli semplici comodi da raggiungere con la mano.

Come rendere accessibili strumenti che utilizziamo ogni giorno

Per rendere accessibili strumenti come un documento di testo, una presentazione oppure un foglio di calcolo (pensiamo a Microsoft Word, Excel e PowerPoint) ci sono alcune semplici regole da seguire.

Nel caso di un documento di testo bisogna: 

  1. Utilizzare gli stili preposti per titoli, sottotitoli, intestazioni e testo normale, in vista del fatto che lo screen reader, lo strumento che permette la lettura dello schermo a chi ha difficoltà o incapacità visiva, riconosce le gerarchie di testo;
  2. Impostare l’interlinea di almeno 1,5 in rapporto alla dimensione del testo per agevolarne la lettura a chi ha difficoltà o incapacità visiva;
  3. Affiancare alle immagini che aggiungono contenuto alla pagina (quindi non puramente decorative) un testo alternativo che spieghi in poche parole il significato di quell’immagine. Ad esempio, nel caso di un grafico, il testo alternativo dovrebbe suggerire gli highlights dei dati indicati nel grafico, piuttosto che fornire una descrizione dettagliata dello stesso. In alternativa, si potrebbe inserire una tabella sotto l’immagine del grafico che ne raccolga i dettagli.

Nel caso di presentazione in diapositive bisogna: 

  1. Assegnare un unico titolo a ogni diapositiva in previsione del fatto che le persone non vedenti o ipovedenti si basano sul titolo delle slide per sfogliarle e ripercorrerle;
  2. Occorre inserire sempre un testo alternativo significativo per le immagini e per tutti gli elementi visivi (se non puramente decorativi e quindi non essenziali alla comprensione del contenuto) presenti all’interno dell’interfaccia;
  3. Non usare il colore come unico mezzo per trasmettere informazioni, soprattutto in vista del fatto che una persona non vedente o ipovedente non potrebbe comprenderne il significato.

Nel caso di un foglio di calcolo bisogna:

  1. Utilizzare una struttura semplice per le tabelle e specificare le informazioni dell’intestazione di riga e di colonna;
  2. Non lasciare vuota la prima cella del foglio perché lo screen reader inizia a leggerne i dati proprio a partire dalla cella A1;
  3. Assegnare nomi diversi ai fogli di lavoro, qualora ce ne fosse più di uno, e procedere con l’eliminazione di quelli vuoti.

Microsoft Office fornisce lo strumento verifica accessibilità: un supporto tecnico gratuito per appurare la corretta applicazione delle regole sopra elencate e il livello di accessibilità dei documenti. 

Una questione di rispetto e di valorizzazione delle diversità

L’accessibilità digitale è a tutti gli effetti un’espressione di uguaglianza: un vero e proprio motore di inclusione sociale. 

Sebbene Il ruolo delle tecnologie digitali dovrebbe essere quello di accogliere e adattarsi alle esigenze dei singoli individui semplificandone le attività della vita quotidiana, la diffusione e l’applicazione dei criteri di accessibilità e usabilità non hanno ancora raggiunto un livello soddisfacente. La percentuale di siti/applicazioni, anche del settore pubblico, che rispettano i requisiti previsti, infatti, è ancora molto bassa. Ma la situazione deve necessariamente cambiare: in un mondo sempre più interconnesso e sempre più definito dalla trasformazione digitale garantire il diritto all’accessibilità non può più essere solo un’opzione.

team composto da un gruppo eterogeneo di persone

Lorenza Giacone


Lovemarks: un rifugio d’amore e successo

open to loveIl per sempre può durare un attimo senza amore e rispetto: 

It’s a journey and it’s constantly changing. You have to earn that love and that respect to keep it going

È con queste parole che l’ex CEO di Saatchi & Saatchi Kevin Roberts ci racconta la chiave di volta del marketing: l’amore

Il suo libro Lovemarks: the future beyond brands, ha fatto il giro del mondo e ha conquistato il cuore di tutti quei professionisti che guardano al consumatore come un essere umano fatto di bisogni, desideri e aspettative, non solo come un numero privo di consistenza emotiva. 

È inutile negarlo: i consumatori non sono più quelli di una volta. 

È calato il livello di attenzione ed è aumentata la capacità di filtrare e isolare le informazioni che si ritengono utili ed interessanti. Si tratta di una sorta di spirito di autoconservazione dall’overload informativo a cui si è costantemente sottoposti. Per riuscire ad emergere da questo disordine del sapere, è necessario attuare un cambio di paradigma.

Siamo nell’era dello sharing, eppure ci sono tantissime realtà che non hanno ancora compreso che alla base della condivisione vi sono le emozioni. 

Si inquadra proprio in questo filone il concetto di lovemarks: non più semplici brand, ma una vera e propria storia d’amore e rispetto

No respect

La strada per diventare un lovemark

We need to bring love into business

Per molti parlare di affetto nei confronti di un brand può sembrare strano, ma lo è davvero così tanto? 

Se ripensiamo ai nostri comportamenti d’acquisto, risulta chiarissimo che compriamo ciò che le nostre emozioni ci suggeriscono.

Un po’ come nelle relazioni: si sceglie un compagno per il desiderio e la volontà di una potenziale corrispondenza. 

Pensiamo per un attimo alle fasi di una storia d’amore. 

 

Fase 1: Infatuazione 

Un fase esplorativa e di idealizzazione dell’altro. Si indagano le somiglianze, le differenze e si raccolgono tanti piccoli indizi. Si è spinti ad avvicinarsi all’altro per caratteristiche che potenzialmente si allineano e si integrano con le nostre. È la fase dell’istinto che ha pur sempre una sua logica e ragione.

 

Fase 2: Innamoramento 

Una fase simbiotica. Gli indizi si ispessiscono e il senso di condivisione viene nutrito dalla necessità dell’altro: un dare e avere infinito di sicurezza, protezione e attenzione. Si gettano le basi per una relazione esclusiva e duratura. 

 

Fase 3: Disillusione

La fase più critica, ma anche la più importante. L’idealizzazione iniziale crolla e gli ostacoli si fanno avanti. Si osserva e si indaga di più, si sperimentano nuove necessità e nuovi desideri. È la fase di negoziazione: l’incantesimo si spezza, ma la necessità dell’altro resta.  

 

Fase 4: Amore

Una fase che ha bisogno di più tempo e che proprio per questo è l’ultima. Si valorizzano le differenze e si accoglie la possibilità dell’errore con maggiore consapevolezza. Ci si sceglie giorno dopo giorno e si vivono potenziali conflitti, senza il retropensiero della minaccia. È la fase della maturità: una miscela di fiducia, tolleranza e inclusione.  

Alla base del concetto di Lovemarks vi è la consapevolezza che quella tra persone e brand sia una vera e propria relazione: un legame emozionale, istintivo, complesso e in continua evoluzione. Si dà vita a un rapporto affettivo che va oltre il mero scambio di prodotti/servizi, sostituendo l’idea di brand stesso. L’evoluzione dei sentimenti è come il processo che definisce il passaggio da semplice utente a cliente: segue tutti gli step del cosiddetto “modello ad imbuto” e come tale, può anche subire delle variazioni nel corso della storia.

funnel lovemarks

Si sceglie chi fa la differenza

Loyalty beyond reasons, beyond price, beyond value 

Indipendentemente dalle dimensioni e dal settore di appartenenza, qualunque brand ha la potenzialità di diventare un lovemark, ma il “o la va o la spacca” non ha alcuna valenza. Per emergere in un mercato saturo e estremamente competitivo come l’attuale, è necessaria una strategia: il corteggiamento

Quando si tratta di strategie di marketing le parole ‘profitto’ e ‘volume’ sono le prime a farsi strada: due parametri che piacciono molto agli investitori perché trasmettono un senso di sicurezza e concretezza che la tradizionale accezione di ‘emozione’ fa fatica a smuovere. Ma il punto non è questo: la strategia per diventare un lovemark non è esclusiva, ma al contrario è inclusiva. La differenza sta nel fatto che profitto e volume sono il punto d’arrivo e non il punto di partenza. Kevin Roberts suggerisce che il successo di una strategia di branding è nelle mani dell’amore e del rispetto generato. È analizzando e studiando i brand da questa prospettiva che si solidificano le relazioni consumatore-marca e si influenza positivamente la brand loyalty.

In base all’amore e al rispetto che sono stati capaci di suscitare, i brand vengono suddivisi in categorie differenti:  

Commodities: Basso livello di rispetto e di amore. I consumatori acquistano soltanto in base ad una convenienza economica e sono, quindi, attratti, da chi offre il prezzo più basso.

Fads: Fenomeni di successo temporanei. Questi brand vivono di colpi di fulmine, ma non di rispetto.  

Brands: Alto livello di rispetto e basso livello di amore. Si tratta di potenziali lovemarks, ma che nonostante un’alta qualità del prodotto offerto, non riescono a suscitare abbastanza emozioni da essere considerati insostituibili.

Lovemarks: Alto livello di amore e alto livello di rispetto. Sono tutti quei brand che conquistano il cuore e la mente delle persone e suscitano le stesse emozioni di un ‘rientro a casa’.

Il mix perfetto per essere irresistibili

To me what makes Lovemarks stand out is their mystery, their sensuality and their intimacy

Per trasformare un brand in love brand sono necessari tre ingredienti fondamentali:

  • Mistero

Quando si parla di comunicazione digitale si usa spesso il termine storytelling, ma un lovemark si racconta attraverso lo storysharingNon basta trovare la propria voce, bisogna anche saper ascoltare quella del proprio pubblico. Il segreto per connettersi con le persone è condividere e coinvolgere verso qualcosa di più grande che va vissuto, oltre che comunicato. Bisogna stare attenti, però, a scoprire le proprie carte un poco per volta.

  • Sensualità

Gli essere umani vivono attraverso l’uso di tutti e 5 i sensi e un lovemark deve fare esattamente la stessa cosa. Deve avere una propria voce e suono, una propria visione, una propria estetica, un proprio sapore, deve sedurre mantenendo sempre vivo il ricordo di ciò che rappresenta.

  • Intimità

Quella tra un lovemark e i suoi ambassador deve essere una connessione autentica e trasparente. Per coltivare al meglio l’intimità di questa relazione emotiva, non bisogna cedere al fascino delle prime volte, ma continuare a mantenere vivo l’interesse e il desiderio reciproci. I brand che sapranno mescolare bene questi tre elementi, ne trarranno ampio beneficio: i consumatori potrebbero diventare i promotori di un passaparola che evidenzi gli aspetti positivi dei loro lovemarks.

Mistero sensorialità Intimità

Il vocabolario dell'amore

Cosa significa essere un lovemark nella vita di tutti i giorni?

Il patrimonio lessicale dell’amore è infinito, ma ci sono alcune parole che fanno la differenza. 

Ascolto

Cogliere anche i desideri inespressi: la base per costruire gli insight. 

Comunicazione

Mantenere sempre aperte le porte al dialogo: lo stimolo che invita alla partecipazione, tipica delle community. 

Condivisione

Accogliere e favorire lo scambio di idee, opinioni e desideri: la leva che attiva il mondo dei social media e i suoi dintorni.

Coraggio

Non avere paura dell’errore e della sfida: una spinta verso la trasparenza e la lealtà nei confronti dei propri lovers. 

Desiderio

Tenere in vita la capacità di reinventarsi: un motivo per non perdere l’attenzione e l’interesse dei consumatori.

Empatia

Essere collegati emotivamente con i bisogni e le aspettative dell’altro: la dose di sensibilità che permette al consumatore di sentirsi parte di un volere comune. 

Fiducia

Costruire un muro di lealtà: la strada giusta per una relazione che duri nel tempo. 

Rispetto

Riconoscere e sostenere i valori dell’altro: la conditio sine qua non dell’inclusività.

Soddisfazione

Sapere che le nostre aspettative non andranno deluse: la garanzia che spinge i consumatori all’acquisto.

Stima

Definire una dignità e sensibilità sociale: l’unico modo per vincere la concorrenza. 

L'amore è scegliersi, ogni giorno

love

No matter what

Se si pensa a brand come Netflix, Amazon, Apple, Nutella e si ripercorrono le proprie giornate, risulta evidente come facciano parte del quotidiano, ovunque ci si trovi. Si tratta di veri e propri compagni di vita che come in una storia d’amore, contribuiscono a regalare momenti che meritano di essere vissuti. 

Essere un lovemark è una missione difficile, ma l’amore è una una vera e propria danza: non avrà mai fine se si continua a ballare


Parlare a tuttə o a chiunque? Il linguaggio inclusivo oltre lo schwa.

Questo articolo è stato scritto da Alessia Grimaldi Digital Copywriter GreatPixel 

Parlare a tuttə o a chiunque? Il linguaggio inclusivo oltre lo schwa.

Le lingue sono un potente strumento di cambiamento sociale: seguono i mutamenti del tempo e riflettono la sensibilità dei parlanti.

Negli ultimi anni stiamo assistendo, soprattutto sul web e sui social, al tentativo della lingua italiana di farsi sempre più inclusiva, riflesso di una crescente sensibilità comune, nonostante le difficoltà strutturali e le ritrosie dei più puristi.

Ecco quindi che è ormai frequentissimo, soprattutto nel digitale, leggere parole con asterischi, chiocciole, schwa e altri segni grafici a indicare questo tentativo.

Per capire il fenomeno dobbiamo però partire dal capire da dove deriva la necessità di scrivere in modo inclusivo.

Cos’è un linguaggio inclusivo?

Un linguaggio è inclusivo quando non esclude o discrimina nessuno sulla base di parametri come sesso, orientamento sessuale, identità di genere, età, etnia, aspetto fisico, stato sociale o disabilità.

Capiamo quindi come l’identità di genere non è l’unico fattore da tenere in considerazione. Specialmente quando ci si occupa di comunicazione è importante avere cura delle parole che si usano, per non rischiare di escludere nessuna persona dal proprio messaggio.

Vediamo che strumenti ci offre l’italiano in tal senso.

Quanto è inclusivo l’italiano?

L’italiano è una lingua flessiva che declina per genere – maschile o femminile – le parti variabili del discorso. Questo binarismo di genere rende difficile parlare in modo indefinito rispetto a una persona.

Non esistendo in italiano un genere neutro, spesso per comodità viene utilizzata la forma maschile per riferirsi a moltitudini miste o gruppi di persone di cui non si conosce il genere. È il cosiddetto maschile non marcato o “maschile neutro”, che osserviamo per esempio nell’uso di “uomini” col significato di esseri umani, o nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Marta e Luca sono usciti”, “Paolo e Alice sono fratelli”.

Vi sarà di certo capitato di osservare l’uso esclusivo del maschile nel linguaggio burocratico-amministrativo (il candidato, lo studente, il dipendente).Il maschile sovraesteso è una consuetudine, è automatico ed è comodo. Non è però inclusivo. È una struttura che appare sempre meno adeguata a parlare di e con tutte le persone, soprattutto quelle meno rappresentate.

Un’alternativa più inclusiva sarebbe usare la tecnica dello sdoppiamento, ovvero adoperare una forma doppia, “gli studenti e le studentesse”, che però risulta ridondante (pensate di dover utilizzare questo espediente in un testo molto lungo, ogni qualvolta si presenti la necessità di disambiguare) nonché insufficiente: esclude, infatti, quella percentuale di persone non binarie, che non si identificano né nel genere maschile né in quello femminile.

È quindi l’italiano stesso una lingua poco inclusiva? No, piuttosto lo è l’uso che se ne fa.Tuttavia, nonostante questi limiti strutturali e di abitudine, assistiamo al tentativo di ricercare nuove modalità, dentro e fuori dalla lingua italiana, per provare a renderla più inclusiva. Per esempio avrete sicuramente sentito parlare dello schwa.

Cos'è lo schwa e come si pronuncia?

Lo schwa /ə/ non è un segno nuovo, inventato da chi fa attivismo a sostegno della causa dell’inclusività.

È una vocale presente dalla fine dell’800 nell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA), ovvero il sistema che rappresenta i suoni di tutte le lingue e viene rappresentata come una e rovesciata. Deriva dalla parola ebraica shĕvā, “insignificante”, “nulla”.

È una vocale centrale media, suono intermedio tra tutte le vocali, e nello schema dell’IPA viene posizionata al centro:

Essendo la vocale intermedia dell’alfabeto fonetico, quindi suono a metà tra tutti i suoni vocalici delle lingue, in italiano si è iniziato a usare lo schwa in fine di parola come desinenza finale neutra, priva di qualsiasi valore di genere.

Vi starete chiedendo come si pronuncia. Molto semplicemente, tenendo la bocca rilassata con le labbra leggermente aperte e la lingua abbassata. Il suono che viene emesso è profondo e senza accento e non prevede il passaggio di aria.

Vediamo qualche esempio.

benvenutə a tuttə!

carə amicə

Prontə a scoprirne di più?

Qualcunə ne sa qualcosa?

Lo schwa nelle altre lingue

Lo schwa è quindi il segno grafico di un suono che troviamo naturalmente in moltissime lingue del mondo.

È il suono vocalico più diffuso nella lingua inglese, basti pensare alla “a” di about, la “e” di father o la “u” di but.

È ricorrente anche in moltissime altre lingue come il tedesco, l’ebraico, l’olandese, il norvegese, l’albanese, il bulgaro, il rumeno, il catalano, l’hindi e altre ancora.

In italiano, invece, è presente solo in alcune varietà di dialetto meridionale parlato come il napoletano (buonə col significato di buono o buona).

La linguista Vera Gheno si è detta una grande sostenitrice dello schwa come un arricchimento della lingua, perché rappresenta la vocale media per eccellenza e ha proposto di usarlo per sostituire, in determinati contesti, il maschile generalizzato. L’Accademia della Crusca ha però preso le distanze da questa eventualità.

Tuttavia, non possiamo fare a meno di analizzare il fenomeno perché ormai ha preso sempre più piede, se non sulla carta stampata almeno sui social e sul web.

Ma perché lo schwa diventa simbolo di inclusività?

Lo capiamo bene guardando gli esempi: non è una a e nemmeno una o, sta esattamente a metà strada tra femminile e maschile.

L’aspetto interessante è, anche, che lo schwa viene utilizzato non solo come segno grafico, ma anche fonetico. È di fatto un suono pronunciabile dalla bocca umana e quindi può essere replicato anche nel parlato.

Ma lo schwa non è la sola proposta per un linguaggio inclusivo.

Le altre proposte grafiche

Nello scritto, al posto della vocale finale, vengono spesso usati simboli come l’asterisco, la chiocciola o un trattino. Si tratta solo di simboli grafici che non vengono pronunciati nella lettura.

Benvenut* a tutt*

Benvenut@ a tutt@

Benvenut- a tutt-

In alternativa, possiamo trovare anche le lettere -x e -y usate come desinenza neutra. 

Grazie a tuttx

Grazie a tutty

Di più facile lettura e scrittura, ma non priva di criticità, la desinenza in -u, Benvenutu, che ricorda alcuni dialetti come il sardo o il salentino. Qualche problema si evidenzia nella confusione tra singolare e plurale e nello sbilanciamento verso la -o del maschile.

Quali criticità emergono?

Le opzioni non mancano, tuttavia occorre fare un passo indietro.

Se riprendiamo la definizione di inclusività che abbiamo visto all’inizio, ci rendiamo conto di come non sia legata solo all’aspetto di genere, ma implica lo sforzo di parlare a tutte le persone, superando qualsiasi barriera fisica o sociale.

L’inclusività non passa solo dalle parole che scegliamo ma anche dalla forma in cui queste vengono usate. Specialmente se si scrive per il web, un testo si può dire pienamente inclusivo nel momento in cui ogni persona è in grado di fruirne.

Le precedenti soluzioni grafiche risultano difficili da decifrare, per esempio, dai sistemi di lettura automatica per ipovedenti o dalle persone dislessiche. 

Lo schwa include dal punto di vista del gender, ma allo stesso tempo taglia fuori altre categorie di persone per differenti motivi.

Inoltre, sebbene lo schwa non costituisca un problema da un punto di vista di indicizzazione SEO perché è di fatto un segno equivalente a una qualsiasi lettera dell’alfabeto o a un numero, Google considera “amico”,”amica” e ”amicǝ” parole diverse con volumi di ricerca diversi.

Ciò ci pone di fronte a uno sforzo più difficile: approfondire le potenzialità della lingua italiana.

Strategie per essere inclusivi oltre lo schwa

È vero, in italiano il maschile è una comoda convenzione grammaticale. Tuttavia, la nostra lingua ci offre tante soluzioni per aggirare il maschile sovraesteso ma anche, e più precisamente, il binarismo di genere.

Alcune strategie possono essere: utilizzare perifrasi, forme impersonali, omettere i pronomi, preferire i verbi ai participi, scegliere aggettivi ambigeneri.

Ecco qualche esempio:

Cosa fanno le altre lingue?

Molte lingue hanno già trovato delle soluzioni, spesso interne alla grammatica, per parlare in modo più inclusivo.

In inglese si è affermato in modo spontaneo il singular they come pronome non marcato per riferirsi a persone non-binary o di cui non si conosce il genere.

Questo uso è sostenuto dalle istituzioni linguistiche più importanti e utilizzato anche nei testi ufficiali e nel 2019 They è stato eletto parola del decennio dalla American Dialect SocietyPer dare idea del rispetto della lingua inglese per l’identità di genere, pensate che è consuetudine specificare nella firma i propri pronomi, anche nei documenti ufficiali. 

In italiano they non è traducibile con “loro” o “essi” perché appunto ha valenza di pronome singolare neutro, ostacolo tuttavia aggirabile dato che in italiano i pronomi si possono omettere.

In spagnolo è diffuso l’uso di elle al posto di él o ella. La desinenza -e viene usata in sostituzione di -o e -a, che come in italiano designano maschile e femminile: per esempio, al neutro todos diventa todes. Sebbene questi usi siano ormai affermati nel parlato, la Real Academia Española non li ha ancora ufficializzati nelle grammatiche.

L’Accademia svedese, dopo averne constatato l’uso diffuso tra la popolazione, nel 2015 ha aggiunto al dizionario ufficiale il pronome neutro hen, creato a partire dal maschile han e dal femminile hon. Hen viene utilizzato quando non ci si riferisce né a un lui né a una lei, se chi scrive pensa che il genere sia irrilevante per la storia oppure se il genere è sconosciuto. Per fare un esempio, nel famoso libro per bambini Kivi & Monsterhund (2012) viene usato il pronome hen.

E ancora, nella Cina continentale si è invece diffuso in modo autonomo il pronome ta per quei casi in cui il genere di una persona è ignoto o irrilevante. Come vediamo dagli esempi, già moltissime lingue rivelano una sensibilità al tema dell’inclusione e generano tentativi o soluzioni linguistiche per manifestarla.

In italiano sembra più complesso adottare pronomi neutri e la grammatica sembra essere molto conservativa rispetto a queste aperture. Ciò tuttavia non frena i fenomeni già in atto, perlopiù grafici, di cui abbiamo parlato in precedenza.

Conclusioni

Il linguaggio è affermazione. Nominare le cose vuol dire farle esistere.

Il linguaggio inclusivo non è un trend passeggero, ma una necessità sociale per quelle persone che non si sentono rappresentate dalle strutture linguistiche esistenti.

Lo schwa e gli altri segni grafici non sono forse la soluzione definitiva al binarismo della lingua italiana, ma sono un tentativo di dare concretezza linguistica a mutamenti già in atto nella società.

I cambiamenti a livello morfologico sono sicuramente più complessi da introdurre nelle lingue. Abbiamo però visto che ci sono alternative interne all’italiano per aggirare il problema. Non si chiede una rivoluzione dell’italiano ma attenzione, sensibilità e un uso consapevole delle parole per evitare di farne, anche involontariamente, un utilizzo discriminante.



Iper-rilevanza

Stay hyper-relevant: l’evoluzione della customer experience verso l’hyper-personalized marketing

Questo articolo è stato scritto da Ada Pollesel e rappresenta un estratto del suo lavoro di Tesi Magistrale presso l’Università IUSVE di Venezia

Comprendere dove siamo per definire dove andare: il nuovo WWW

Viviamo oggi in un nuovo WWW, dove tutto (Whatever) deve essere disponibile in qualsiasi momento (Whenever) e in qualsiasi luogo (Wherever). 

Dinamicità, fluidità e imprevedibilità si presentano quindi come le parole che meglio descrivono l’ambiente always on in cui aziende e persone si relazionano ogni giorno, mettendo in luce come il concetto stesso di Customer Journey stia subendo un completo stravolgimento, verso una situazione sempre più dinamica, frammentata e personalizzata: in due parole, il Messy Middle. 

Ecco quindi che un’azienda deve sempre di più: 

  • Riuscire a comprendere l’esatta esigenza della persona, distinguendo il tipo di micromoment che caratterizza il suo bisogno e rispondendo alla sua necessità tramite contenuti mirati e personalizzati;
  • Essere utile, comprendendo il bisogno legato al micromoment;
  • Essere veloce, sia da un punto di vista tecnologico che di capacità di anticipare i bisogni. 

La hyper-relevant dynamic experience: creare valore grazie all'iper-rilevanza

Come si crea quindi valore in una situazione così complessa e in continuo cambiamento? Vivendo il cambiamento, o meglio, anticipandolo e comprendendo i bisogni delle persone in un contesto in continua evoluzione. È così che si assiste a un’evoluzione della Customer Experience che apre la scena a un nuovo tipo di esperienza: la hyper-relevant dynamic experience

Con questo termine si indica una struttura di esperienze che si pone l’obiettivo di raggiungere l’iper-rilevanza. Nello specifico una Customer Experience iper-rilevante è in primis caratterizzata dal fatto di essere dinamica, ossia in continua evoluzione e sempre in azione. Inoltre, tre sono gli elementi distintivi sui quali si basa l’iper-rilevanza

  1. il fatto di essere always on e quindi di rispondere alle esigenze del cliente in modo adattivo, fluido e continuativo;
  2. il fatto di adeguarsi al contesto, grazie all’analisi dei dati in tempo reale;

il fatto di essere resa possibile dai dispositivi e dalle tecnologie digitali, in grado di collezionare, analizzare e elaborare grandi moli di dati.

Perseguire l’iper-rilevanza richiede quindi alle aziende un cambiamento da un punto di vista culturale, strategico e operativo, in quanto presuppone una mentalità e una infrastruttura volte e ottimizzate per il raggiungimento di tutte le componenti essenziali per la costruzione di una hyper-relevant experience.

Come si costruisce l'iper-rilevanza?

L’iper-rilevanza può essere considerata come l’immagine che si costruisce componendo un puzzle, in cui ogni tessera è essenziale per la comprensione e la realizzazione della rappresentazione finale. 

La prima tessera del puzzle dell’iper rilevanza è la customer centricity, elemento fondamentale per operare in modo competitivo nel contesto attuale. 

È importante infatti tenere in considerazione che un’azienda risulta veramente customer centric nel momento in cui basa il proprio operato su una continua analisi dei clienti e se possiede le capacità operative per differenziare l’offerta. 

Alla customer centricity si legano così la seconda e la terza tessera che compongono il puzzle dell’iper rilevanza, ossia l’adozione di un approccio omnichannel e il perseguimento di una strategia data-driven

In particolare, l’omnichannel management presuppone la capacità di coordinare in modo sinergico i diversi canali e touch point che i clienti hanno a disposizione con l’obiettivo di creare una customer experience integrata, coesa e fluida. Questo si traduce in un trasferimento di dati e di informazioni che consentono all’utente di vivere la medesima esperienza su diversi canali senza un’interruzione nel passaggio dall’uno all’altro e si verifica mediante il perseguimento di una strategia data-driven, ossia basata sulla valorizzazione dei dati con l’obiettivo di intercettare il consumatore in maniera personalizzata e coerente. 

Affinché questo sia possibile l’approccio data-driven omnichannel richiede un’infrastruttura composta da tecnologie volte ad immagazzinare, elaborare, gestire e utilizzare i dati generati dai clienti ed è per questo che l’omnichannel approach basato su una strategia data-driven prevede l’impiego di un’architettura tecnologica che prenda in considerazione le tre attività principali che caratterizzano il data-driven marketing, ossia la Data Collection, la Data Analysis e la Data Execution. 

Ogni strategia deve quindi essere sorretta da un’infrastruttura capace di prevedere:

  • le modalità attraverso le quali raccogliere i dati, come il data lake, la customer data platform o la data management platform;
  • le modalità analitiche per ottenere insight rilevanti, come la customer intelligence e la content intelligence;
  • le modalità che sulla base dei dati portino al verificarsi di un’azione, come per esempio la marketing automation, che permette di automatizzare determinate azioni in risposta all’accadimento di uno specifico evento rendendo così possibile il verificarsi di reazioni istantanee, contestuali e in tempo reale.

La quarta tessera del puzzle dell’iper rilevanza è rappresentata dai dati, i quali sono oggi una importantissima fonte di valore, poiché permettono di ottenere informazioni davvero significative per la creazione e presentazione di offerte e contenuti iper-rilevanti

Essi sono inoltre strettamente legati al quinto elemento del puzzle, ossia la fiduciaL’iper rilevanza si ottiene infatti beneficiando di dati molto personali riguardanti gli utenti con il rischio che l’offerta, il contenuto o il servizio presentato risultino invadenti. Se alla base però c’è una relazione di fiducia tra la persona e la marca, allora l’esperienza diventa di valore e ciò che si ottiene è il soddisfacimento del cliente stesso il quale sarà sempre più propenso a dimostrare fedeltà nei confronti del brand. 

Al fine di definire una strategia di valore è utile sottolineare che le hyper-relevant experiences sono abilitate da un tipo di fiducia che deve essere costantemente affermata e guadagnata. Siamo infatti in un contesto in cui il focus si sposta dall’ottenimento della loyalty al raggiungimento della rilevanza e in cui un’azienda sarà vincente nel momento in cui riuscirà ogni volta a farsi scegliere nuovamente, inserendosi nel processo di non-stop evaluation che caratterizza il Messy Middle, mostrandosi quindi sempre presente in tempo reale in ogni singolo momento di rivalutazione delle opzioni da parte della persona. L’istantaneità della relazione che si viene a creare tra brand e cliente è agevolata dal sesto e ultimo tassello per il perseguimento dell’iper rilevanza, ossia la tecnologia e in particolar modo l’Intelligenza Artificiale. È infatti grazie all’AI che le aziende hanno oggi la possibilità di rendere concreto l’obiettivo di far giungere il contenuto giusto, al momento giusto, alla persona giusta, tramite il canale giusto, beneficiando anche della capacità dell’AI di elaborare grandi volumi di dati, siano essi strutturati o non strutturati, in modo efficace e veloce.

L’hyper-personalized marketing per una customer experience iper-rilevante

Se quindi l’iper-rilevanza consiste nella capacità di fornire esperienze che incontrano i bisogni del singolo individuo, in modo dinamico, cambiando continuamente e dimostrandosi accessibili in qualsiasi momento, si evince come il tipo di marketing capace di abilitare l’hyper-relevance sia da ricercare nell’hyper-personalized marketing

Con questo termine si intende una delle modalità di personalizzazione più avanzate presenti nel panorama attuale, che porta alla creazione di esperienze pertinenti e significative per la persona sulla base dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e dell’elaborazione dei dati in tempo reale

In particolare, attraverso l’iper-personalizzazione le aziende hanno la possibilità di offrire esperienze altamente contestualizzate, in grado di aumentare l’efficacia complessiva della strategia di marketing, accrescendo la soddisfazione del cliente e la sua propensione all’acquisto e al mantenimento di una relazione duratura con il brand.

Tramite questo tipo di strategia, così, le aziende possono fuoriuscire dal rumore generale che caratterizza il panorama digitale e fornire ai clienti esattamente ciò che stanno cercando, rendendo le esperienze più semplici e permettendo alle persone di trovare e acquistare prodotti o essere coinvolti da esperienze e servizi con facilità, come e quando vogliono.

Perché adottare l’iper-personalizzazione?  Le motivazioni sono principalmente due: 

  1. Aiuta a ridurre al minimo gli sforzi compiuti dai clienti nella ricerca di determinati prodotti e servizi, eliminando i possibili ostacoli e il sovraccarico informazionale che sono spesso causa di abbandoni o pessime user experience;
  2. consente di risultare competitivi nel mercato con offerte estremamente pertinenti e rilevanti. 

Nello specifico, uno studio di Deloitte volto a indagare i benefici dell’iper-personalizzazione, ha evidenziato come i tre principali vantaggi di questo approccio siano legati al fatto che l’hyper-personalized marketing aiuti a:

  • massimizzare le entrate, grazie alla generazione di contenuti data-driven, a un targeting estremamente dettagliato, agli algoritmi di raccomandazione e alla possibilità di creare pricing personalizzati e dinamici;
  • ridurre i costi, diminuendo quelli di customer acquisition e retention e automatizzando il flusso di lavoro;
  • migliorare la customer experience, con customer journey strutturati in tempo reale, un customer service personalizzato e onnipresente, una segmentazione dei clienti continua e la possibilità di offrire esperienze digitali dinamiche.

GreatPixel: strategia e progettazione per ottenere la hyper-relevant dynamic experience

Una realtà che fa del raggiungimento dell’iper-rilevanza lo scopo ultimo del proprio intervento progettuale è GreatPixel, la quale si occupa di progettare esperienze digitali, con particolare focus sull’UX design e sulle tecniche e i processi di Conversion Rate Optimization

Grazie all’integrazione di neuromarketing, UX design e Intelligenza Artificiale, GreatPixel garantisce un intervento progettuale volto a offrire esperienze di navigazione sempre più rilevanti per gli utenti, tramite l’utilizzo di un metodo nominato NEKTA[R]. Ogni progetto di UX design viene infatti realizzato tenendo in considerazione che ogni esperienza digitale deve soddisfare cinque bisogni specifici con una consequenzialità predefinita e in brevissimo tempo, ossia deve rispondere al bisogno manifesto dell’utente (need), generare un’emozione (emotion), dare una conferma razionale (knowledge), innescare un incentivo (trigger) e portare all’azione (action).

Il framework NEKTA[R] viene utilizzato internamente sia in fase analitica che progettuale e è tramite esso che è possibile comprendere se l’esperienza che si sta progettando risponde alle reali esigenze e necessità dell’utente, ossia appunto se risulti iper-rilevante. 

Ma cos’è l’iper-rilevanza per GreatPixel? 

“Con iper-rilevanza intendiamo il raggiungimento di un estremo avvicinamento agli utenti, ossia utilizzare il dato non tanto come strumento, ma come responsabilità al fine di avvicinarsi sempre di più alle esigenze dei clienti” spiega Gabriele Maffoni, Customer Insights Lead e UX Designer di GreatPixel. 

I dati diventano così il punto di partenza tramite il quale rilevare insight di valore e identificare il need primario a partire dal quale disegnare o ridisegnare le esperienze utente al fine di permettere alla persona di raggiungere l’obiettivo desiderato, in modo semplice, veloce e di valore. Lo scopo è eliminare tutte le informazioni non pertinenti e superflue e avvicinarsi a ciò che invece realmente interessa al singolo, in modo tale da contrastare il sempre più basso attention span che caratterizza gli utenti odierni. Di fatto, quindi, l’iper-rilevanza si raggiunge eliminando tutte le informazioni superflue e prioritizzando quelle davvero di valore, mediante un approccio strettamente data-driven.

Analisi, strategia e supporto tecnologico portano quindi GreatPixel alla creazione delle hyper-relevant dynamic experiences per ottimizzare l’esperienza e aumentare il Conversion Rate. Ma cosa è essenziale considerare prima di affrontare questo tipo di progettazione? 

È sempre Gabriele Maffoni a dare un’indicazione: 

    1. non è più pensabile operare nel mondo digitale senza analizzare i dati che si hanno a disposizione, in quanto sono proprio i dati a dare avvio a una relazione tra persona e brand davvero iper-rilevante
    2. la hyper-relevant dynamic experience è vantaggiosa sia per l’utente che per l’impresa. L’utente beneficia di una customer experience migliore, personalizzata e specifica; l’azienda può ottenere numerosi vantaggi soprattutto economici, in quanto investe maggiormente in ciò che sa essere apprezzato dall’utente;
    3. l’intelligenza artificiale non è indispensabile a prescindere, ma lo è nel momento in cui si intendono realizzare dei contenuti personalizzati e dinamici che per essere gestiti in tempo reale richiedono un automatismo;
    4. l’etica e la fiducia devono essere alla base di ogni azione che prevede l’utilizzo di dati dei clienti, in quanto sapersi porre un limite è ciò che distingue una persona da una macchina. 

Proprio la questione etica e la capacità umana di comprendere fino a dove spingersi nonostante il progresso tecnologico, oltre che le sempre più restringenti normative in termini di privacy sottolineano la necessità per le aziende di riuscire a creare con i propri clienti una relazione solida e trasparente. Saranno loro infatti che spontaneamente cederanno le proprie informazioni per ottenere dall’azienda esperienze personalizzate e iper-rilevanti se alla base ci sarà un rapporto di fiducia. 

Le aziende dovranno quindi dimostrare aderenza. Aderenza al contesto nel quale si trovano e soprattutto aderenza con la persona, domandandosi costantemente: cosa vuole davvero il mio cliente? 

L’iper-rilevanza deve essere infatti considerata come un obiettivo, la tecnologia come un mezzo per raggiungerla, ma è la reason why che sottende ogni decisione a fare la differenza: dare valore al cliente, nel rispetto dei suoi bisogni, delle volontà manifestate e della sua persona.



contentsquare

Non tutti i dati sono uguali: ecco i tool più avanzati per mettere gli utenti davvero al centro del tuo design.

Il nostro obiettivo in GreatPixel è disegnare e realizzare esperienze digitali davvero rilevanti, perché crediamo nella customer experience come la chiave dell’ottimizzazione dei risultati di business dei nostri clienti. 

 

Come lo facciamo? Mettendo in pratica un concetto di cui spesso si parla: la customer centricity

Solo ponendo il cliente al centro del nostro lavoro siamo davvero in grado di conoscerlo meglio, scoprire quali sono i suoi bisogni, le sue aspettative e tutto ciò che per lui rappresenta un’esperienza di valore.

Concentrarsi sulla customer experience significa dare importanza all’intero ecosistema che la compone: design & marketing, content, performance, traffic analysis & business e customer feedback. 

Facile a dirsi ma difficile a farsi, soprattutto quando si tratta di analizzare costantemente grandi quantità di dati di difficile lettura provenienti da fonti diverse, che, quindi, necessitano l’utilizzo di strumenti diversi ognuno con il proprio linguaggio, con la necessità di ottenere da essi una soluzione da implementare rapidamente.

Perchè sì, tutto parte dai dati. Per raggiungere risultati di miglioramento della user experience e del conversion rate è necessario utilizzare un approccio metodologico con una base fortemente data-driven: per perfezionare e ottimizzare l’esperienza degli utenti non ci basiamo su opinioni o intuizioni, ma partiamo sempre dai dati. Dalla fase della generazione di insights alla fase di creazione delle proposte, i dati rappresentano le fondamenta del lavoro che svolgiamo.

In questo senso è fondamentale analizzare gli effettivi comportamenti degli utenti tramite dati quantitativi, che ci dicono quanti utenti compiono o non compiono una determinata azione, e qualitativi, che ci dicono perché gli utenti agiscono o meno in quel modo. E, in assenza di questi dati, sono le tecnologie basate su Machine Learning che ci vengono incontro, riducendo al minimo le supposizioni e dandoci le basi numeriche per poter fare scelte che funzioneranno meglio in termini di KPI. Ad esempio: quando progettiamo un nuovo layout o analizziamo la visibilità di alcuni elementi in pagina, invece che dover chiamare molte persone e far loro navigare una pagina, possiamo sfruttare una simulazione di eyetracking come EyeQuant, che ci dice, in pochi secondi, quali elementi attirano maggiormente l’attenzione e quali, invece, risultano essere poco visibili nei primi tre secondi.

Le decisioni basate sullo studio dei dati unite alla nostra esperienza e al nostro metodo NEKTA[R] ci permettono di generare gli insight che guidano la strategia da implementare per generare un vero valore e aumentare le conversioni, qualsiasi esse siano.

Ormai si sa, le aziende hanno dati in abbondanza ma spesso non sono in grado di leggerli o trasformarli in guidelines per prendere decisioni di business. 

Uno degli strumenti che risolve questo problema è Contentsquare, il tool di advanced experience analytics capace di catturare milioni di dati sul comportamento degli utenti e trasformarli in linee guida sulle decisioni da prendere.

Contentsquare è un colosso internazionale nell’ambito dell’innovazione digitale e intelligenza artificiale e ha ottenuto nel 2021 un round di finanziamento di Serie E da 500 milioni di dollari. 

Ecco come abbiamo integrato questi dati nelle nostre strategie di UX Design e Conversion Rate Optimization.

Segmentazione

Grazie alla segmentazione immediata e flessibile di Contentsquare, che permette di creare segmenti a livello nativo sui dati comportamentali, delle campagne di acquisizione o dagli investimenti media, rileviamo in maniera precisa gli elementi da migliorare nel complesso percorso che è la customer journey. 

Questo aspetto risulta essenziale per comprendere i veri punti di miglioramento dell’esperienza degli utenti, la quale è differente per ogni cliente. 

La segmentazione avanzata è funzionale alla definizione delle audience in maniera molto specifica e per implementare per i nostri clienti strategie di web personalization: conoscendo le abitudini media, di navigazione online e i comportamenti sul sito dei diversi cluster di utenti, possiamo rendere uniche le loro esperienze così come sono unici i loro percorsi e le abitudini, associando ai giusti target i giusti messaggi da veicolare nei giusti canali. Per verificare la precisione con cui abbiamo realizzato le diverse versioni della user experience di ogni segmento, ci avvaliamo di strumenti come Kameleoon per effettuare degli A/B test o dei test multivariati sugli utenti in target.

Journey Mapping

Supportati dalla funzionalità di advanced journey mapping di Contentsquare, la nostra esplorazione non si limita alla classica visione a funnel ma può andare in profondità su tutti i percorsi di navigazione effettuati dagli utenti, identificando ogni elemento di frustrazione o frizione che porta agli abbandoni in fase di checkout. 

Tale analisi viene effettuata tramite la collaborazione dei nostri esperti di analytics e UX designer per indagare le reali motivazioni che hanno portato a una caduta nel funnel: tramite l’analisi dei dati, individuiamo le anomalie nel percorso degli utenti, con un focus su quelle che riducono il numero di conversioni, e ci concentriamo sul comprendere il perché gli utenti si sono comportati in quel modo

Lo studio dei loro movimenti e comportamenti guidato dall’analisi quantitativa ci porta a trovare rapidamente la soluzione. Le modifiche puntuali che effettuiamo in questo senso, che implementiamo dopo le dovute verifiche e i test, impattano notevolmente sull’aumento del Conversion Rate.

Recording

Grazie al recording anonimizzato, inoltre, è possibile rapidamente rilevare ogni movimento, scroll e click degli utenti senza raccogliere alcuna informazione personale.

Lo studio delle session replay rappresenta un’analisi fondamentale in GreatPixel: esplorando e indagando le difficoltà cognitive degli utenti durante la navigazione siamo in grado di lavorare in maniera continuativa sul miglioramento dell’usabilità e sull’ottimizzazione della user experience a 360 gradi.

Come determinare se un elemento della UI/UX del proprio sito ha un effetto sul proprio business?

Tramite la quantificazione d’impatto, Contentsquare ci permette di quantificare l’influenza della UX sul proprio business.

Insomma, secondo noi ogni azienda dovrebbe investire nell’analisi approfondita della customer experience perchè tramite il suo studio ci si può immedesimare nei propri clienti, conoscerli a fondo e rispondere ai loro bisogni. 

L’aumento del Conversion Rate non sarà altro che la sua naturale conseguenza!  


Lorenza Giacone

Gabriele Maffoni


OCCHEI: museo digitale dello sguardo

In un’epoca in cui sono state abbattute le distanze e non esistono luoghi inarrivabili, siamo costretti a dividerci e a comunicare principalmente con lo sguardo a causa del distanziamento fisico e dell’uso della mascherina. La pandemia ha reso gli occhi il primo punto di contatto per instaurare relazioni autentiche con le persone e con tutto ciò che ci circonda”.

 

La promozione dello sguardo e del contatto visivo potrebbe avvenire tramite forme museali sperimentali

Quanto è importante, al giorno d’oggi, per le istituzioni culturali muoversi verso il mondo digital

Su questi presupposti si basa la Tesi di Art Direction che ho sviluppato durante gli ultimi sei mesi del biennio Magistrale in Design della Comunicazione in NABA – Nuova Accademia di Belle Arti seguita dal Docente e Creative Director Roberto Maria Clemente.

Alla base dello studio vi è un’analisi generale sulla comunicazione non verbale, per poi giungere ad un approfondimento specifico sulla storia dello sguardo per comprendere se, all’interno dell’odierno panorama culturale, fosse già presente un’istituzione italiana che si occupi della diffusione di contenuti artistico-culturali legati al tema. 

Le analisi svolte sui contesti museali contemporanei si affidano ai dati più recenti ICOM (International Council of Museums) legati allo sviluppo della pandemia e alle risposte attuate dalle istituzioni per fronteggiare le diverse difficoltà sorte in seguito alla chiusura o alla riduzione degli ingressi nei musei. 

Gli occhi rappresentano il fulcro della comunicazione non verbale

I nostri occhi, proprio come i nostri gesti, ci rendono limpidi davanti agli altri e rivelano la nostra interiorità più di qualsiasi messaggio espresso verbalmente. Questi aspetti ci rendono unici gli uni agli occhi degli altri.

La mascherina, non immaginata come un impedimento, ha la capacità di esaltare lo sguardo e in realtà ci mette più a contatto con gli altri rispetto a prima. Attraverso un cambio di paradigma è possibile immaginarla come un’opportunità per entrare in empatia e coinvolgere chi abbiamo di fronte in modo diretto.

Adesso è richiesto uno sforzo comprensivo maggiore ma soprattutto è necessario dare alle persone gli strumenti per facilitare la decodificazione delle emozioni e delle espressioni attraverso lo sguardo.

Lo sguardo rappresenta, adesso più che mai, una modalità comunicativa da rivalutare e promuovere attraverso attività culturali inedite.

Dalle ricerche svolte è emerso che non è mai stata promossa un’istituzione museale a livello nazionale che raccolga i diversi materiali visivi e i documenti relativi alla comunicazione dello sguardo.

Il museo virtuale rappresenta un’entità digitale fruibile attraverso internet dotata di autorevolezza come un museo fisico solo con informazioni e possibilità più accessibili.  Lo scenario che si sta prospettando di fronte ai nostri occhi è quello del Museo 3.0 e OCCHEI – Museo Digitale dello Sguardo è uno di questi.

OCCHEI, Museo Digitale dello Sguardo, è un centro virtuale nel quale ritrovare storie e persone con passioni e sensibilità differenti, pronte a raccontarsi attraverso il proprio sguardo. 

Il naming “OCCHEI” si propone come un nome giocoso e positivo. La parola coniata che dà il nome al museo proviene dalla crasi delle parole “occhio” ed “hei”. Quest’ultima parola, utilizzata per attirare l’attenzione dell’interlocutore, nel linguaggio non verbale dello sguardo si manifesta attraverso una ricerca attenta degli occhi dell’altra persona.

La pronuncia del termine OCCHEI è paragonabile alla pronuncia del termine OK (Okay) e si trasforma quindi in una sorta di motto positivo per guardare insieme al futuro, al superamento della situazione attuale e alla conferma di un progresso sociale e culturale.

Il museo è fruibile attraverso un sito web responsive visualizzabile comodamente da pc o con il proprio smartphone. I valori di sostenibilità, innovazione, promozione e mantenimento del patrimonio visivo e culturale del periodo odierno sono stati tradotti con una scelta di Art Direction riassumibile con quattro concetti chiave: DueTone, Minimal Design, Illustrazioni emotive e Adattabilità visiva.

La piattaforma è caratterizzata da diverse pagine come la home, la sezione dedicata alla didattica e alla pandemic gallery, lo shop online, la pagina dedicata alle mostre virtuali o all’acquisto di biglietti.

L’ultima sezione del sito è dedicata al Metaverso, spazio virtuale nel quale il museo digitale dello sguardo prenderà forma. Si potrà accedere direttamente allo spazio virtuale dalla piattaforma online indossando un visore o un occhiale specifico.

Meta Museo Occhei

Lo spazio, a cielo aperto e non dotato di barriere, si propone come uno spazio fluido nel quale incontrare amici e fare nuove conoscenze con la scusa di una visita alla mostra o nella piazzetta centrale della struttura. Il fulcro del museo è una piccola oasi, uno specchio d’acqua attorno al quale ritrovarsi.

Nel meta museo gli utenti, liberi di visitare lo spazio, saranno affiancati da una guida virtuale con la quale interagire per chiedere informazioni o approfondimenti. Gli artisti saranno disponibili per chiarimenti e approfondimenti sul tema. Il loro ologramma o presenza virtuale avverrà attraverso un tasto di chiamata o all’ingresso della sala dedicata.

Una volta che il visitatore si disporrà di fronte alle opere esposte, in base alla propria altezza visiva ed eventuale difetto visivo, comparirà accanto all’art work un pannello sul quale saranno indicate tutte le informazioni necessarie alla comprensione dell’opera. I testi della dimensione, per una corretta leggibilità per l’utente, potranno essere gestiti e condivisi attraverso la gesture del visitatore.

Comunicazione

In seguito alle analisi e alle valutazioni sulle attività proposte dai principali musei italiani ed internazionali sulle piattaforme social, il museo digitale dello sguardo OCCHEI prevede i seguenti strumenti di comunicazione e promozione all’interno della propria strategia di comunicazione:

  • Sito web 
  • Social Media (Instagram, Facebook, TikTok, YouTube)
  • OOH 
  • Pop-up Museum

Per pubblicizzare il lancio della realtà digitale OCCHEI è stata creata una campagna di comunicazione OOH e sui social media che esorti le persone sul territorio nazionale ad aprire gli occhi sul fenomeni culturali e digitali in atto, che vedono protagonisti lo sguardo ma soprattutto l’aprire gli occhi rivolgendoli a chi ci sta accanto, riscoprendo la bellezza di uno sguardo reciproco.

L’installazione interattiva prevede il posizionamento di un piccolo museo pop-up in alcune delle più grandi piazze d’Italia. Lo spazio a tema custodisce al suo interno dei display interattivi grazie ai quali accedere al museo digitale dello sguardo per conoscere la vision, la mission e i valori dell’istituzione, uno spazio dotato di visori per creare il proprio avatar, vedere e vivere in anteprima il meta museo OCCHEI.

All’interno della struttura ci sarà quella che è stata definita come “OCCHEI ZONE” uno spazio collaborativo dove due persone potranno stare l’una di fronte all’altra e conoscersi solo attraverso il proprio sguardo. Non saranno necessarie parole o altro, solo un contatto visivo diretto per entrare in empatia con l’altro. Si tratta di un’esperienza collaborativa che verrà proiettata attraverso il video mapping su due edifici posti uno di fronte all’altro.

OCCHEI si propone come sito propulsore di innovazione, arte e cultura che ha come obiettivo principale nel prossimo futuro di entrare a far parte del metaverso perché confida nella forza del mondo virtuale come strumento per accorciare le distanze e fornire attività di intrattenimento anche in situazioni e contesti in cui la persona è privata della possibilità di godere di servizi pubblici in condizioni di normalità. 

I percorsi didattici, le mostre, le guide personalizzate,  la sostenibilità sociale e quella di strutture medico sanitarie in difficoltà, la vendita di NFT e la promozione di artisti emergenti, rappresentano solo alcune delle possibilità di sviluppo della piattaforma che ha il grande potenziale di essere uno strumento flessibile in base alle esigenze del panorama museale digitale.

L’augurio è che questa piattaforma in breve tempo possa evolvere in una realtà concreta e che, attraverso la collaborazione di tutti, possa trasformarsi in un nuovo luogo virtuale nel quale raccontare e vivere esperienze stimolanti.

Annamaria Naso
Annamaria Naso